LA COCCIDIOSI
Malattia parassitaria determinata da un protozoo,
41 coccidium eimeria, che invade le cellule mucose, di norma quelle
intestinali. La coccidiosi può colpire vari tipi di animali (coccidiosi dei
conigli, coccidiosi dei bovini, coccidiosi degli uccelli).
La coccidiosi degli uccelli colpisce i
volatili domestici (specialmente il pollame, causando mortalità soprattutto fra
i giovani dai dieci ai sessanta giorni) ed anche i volatili selvatici allevati
in cattività — come i fagiani — nonché quelli viventi in libertà.
Sintomi della malattia sono: feci
diarroiche biancastre striate di sangue che tendono ad attaccarsi alle piume
circostanti l’ano talvolta occludendolo; occhi semichiusi, piumaggio arruffato
e opaco, ali cadenti. I malati mangiano poco o nulla ma bevono moltissimo;
spesso barcollano ed emettono un sordo pigolio. Specialmente tra i soggetti
giovani la mortalità può raggiungere punte altissime; diminuisce invece sino a
cessare quasi completamente fra gli esemplari adulti, che sono anche meno
soggetti al male.
Bisogna provvedere subito
all’isolamento dei malati. Le feci vanno asportate due volte al giorno, a metà
mattina e alla sera, e cremate insieme alle spoglie dei soggetti deceduti. Le
misure cautelative si concludono con un’accuratissima e totale disinfezione di
ambienti, gabbie e accessori.
La coccidiosi colpisce con
frequenza gli allevamenti di gallinacei ma non è comune fra i volatili
ornamentali dei piccoli allevamenti privati mentre colpisce più facilmente i
pennuti confinati in gabbie affollate degli zoo. Il parassita viene introdotto
nell’intestino per mezzo del cibo, invade le cellule epiteliali del duodeno e
qui si moltiplica a spese della cellula che lo ospita. Allorché questa cellula
è distrutta, il parassita l’abbandona e passa ad altre cellule vicine per
modo che aree sempre più vaste della mucosa intestinale vengono distrutte
compromettendo le facoltà digestive del tubo digerente. La moltiplicazione del
parassita è rapidissima, con riproduzione tanto sessuale che asessuale, e le
feci dell’alato infetto sono cariche di protozoi che vanno ad allargare
l’infezione (da qui la necessità di cremarle almeno due volte al giorno). La
diagnosi certa del male può effettuarsi solo in laboratorio con l’esame delle
feci.
Per la cura si possono utilizzare
dei comuni sulfamidici (nella dose di g 2 in un litro d’acqua per i gallinacei
e di g i per i piccoli volatili da gabbia) o meglio ancora con degli appositi
preparati anticoccidi per impiego veterinario da somministrare seguendo la
specifica posologia. Questi prodotti possono essere somministrati anche in via
profilattica limitatamente ai volatili da cortile. Taluni sogliono curare la
coccidiosi somministrando del bicloruro di mercurio e del permanganato di
potassio nell’acqua da bere, il primo nella dose di i a 6.000 e il secondo
nella proporzione di i a 500.
ringraziamo Michele Piso per la
realizzazione di questa scheda
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